Entrate fiscali reali per tipo di imposta e pressione fiscale in Italia (1965-2019)

Quale tipo di imposta contribuisce di più alle entrate fiscali in Italia? Le imposte sono aumentate nel tempo? Diamo un’occhiata di lungo periodo.


(aggiornato con i dati 2019)
Entrate fiscali tipo imposta italia 1965-2018Entrate fiscali tipo imposta italia percentuali 1965-2018Questi grafici mostrano i valori assoluti (reali) e la composizione percentuale delle varie entrate fiscali e sono già in grado di dare qualche informazione. C’è però un problema; le entrate possono aumentare sia perché è stata effettivamente incrementata la tassazione, sia perché si è incrementata l’economia a cui fanno riferimento. A noi interessa più che altro il primo aspetto. Per avere dati più interessanti è necessario quindi rapportare le entrate al PIL, ovvero ottenere un dato di pressione fiscale per singola entrata.

Ecco il grafico con questi dati:

Entrate fiscali reali per tipo di imposta in Italia - percentuali sul PIL (1965-2018)L’aspetto più interessante è sicuramente l’impennata delle imposte sul reddito e plusvalenze, avvenuta dal 1976 al 1983, che ha portato questo tipo di entrata al primo posto partendo dal terzo. Successivamente si è avuta un’altra decina di anni di incrementi meno marcati e poi una tendenza alla stabilità o leggera decrescita tra alti e bassi.

Le imposte su beni e servizi (ovvero le imposte sui consumi: IVA, accise, dazi) erano ancora la prima voce di entrata alla fine degli anni ‘60, poi durante i ‘70 hanno iniziato una fase di declino che le ha portate al terzo posto. Dal 1980 al 2000 sono comunque tornate a crescere. È interessante notare che dopo la crisi del 2009 questo tipo di entrata è l’unico che si è incrementato.

Il passaggio da un sistema basato su imposte sui consumi ad uno basato su imposte sul reddito è stato fatto seguendo principi di maggiore equità. Infatti le imposte sui consumi sono proporzionali (colpiscono tutti con la stessa aliquota), mentre quelle sul reddito sono progressive.

Va detto però, che sebbene negli anni ‘70 ci sia stato un effetto di sostituzione di un’imposta con l’altra, a partire dagli anni ‘80 hanno iniziato a crescere entrambe.

I prelievi per contributi previdenziali hanno avuto un andamento più regolare, comunque tendente alla crescita, in particolare fino all’inizio degli anni ‘90.

Le imposte sulla proprietà e le altre imposte è evidente che sono state utilizzate per diversificare i prelievi in periodi in cui era necessario fare cassa ed evitare di pesare troppo sulle altre voci (già cresciute molto).

A questo punto possiamo vedere un grafico di riepilogo delle entrate fiscali totali:

Entrate fiscali reali e pressione fiscale in Italia (1965-2018)Si può notare come la pressione fiscale sia aumentata molto dall’inizio degli anni ‘80 fino quasi alla fine dei ‘90, in concomitanza con l’esplosione della spesa pubblica di quel medesimo periodo. Anche se è una cosa ovvia, è bene rimarcare, quindi, che entrate fiscali e spesa pubblica sono due facce della stessa medaglia; se si pretende di avere un’elevata spesa pubblica in rapporto al PIL per garantire buoni livelli di servizi sociali, allora anche la pressione fiscale deve essere elevata.

Al limite è possibile abbassare l’incidenza delle tasse sul singolo individuo allargando la platea dei contribuenti attraverso la lotta all’elusione ed evasione fiscale. Questo approccio, però, non influisce sulla pressione fiscale che, come detto, è una variabile che dipende solo dal livello della spesa pubblica.

Non rispettare il principio di equilibrio tra entrate e spese significa creare debito pubblico. Il pagamento di interessi sul debito finisce poi per alimentare la spesa pubblica stessa in un circolo vizioso. E’ proprio quello che è successo tra gli anni ‘70 e ‘80 e che ha portato poi alla necessità di aumentare la pressione fiscale detta sopra.

In pratica, nei ‘70 la spesa pubblica è aumentata senza un’adeguata copertura fiscale; negli ‘80, a causa di un incremento dei tassi reali sul debito, è stato necessario incrementare la pressione fiscale per iniziare a pagare gli interessi ma allo stesso tempo si è continuato ad incrementare la spesa pubblica; nei ‘90 l’incremento della pressione fiscale ormai serviva solo a pagare gli enormi interessi sul debito mentre la spesa pubblica netta non aumentava più. Per capire meglio il contesto si consiglia di leggere quanto scritto a proposito dei grafici sui conti pubblici e sul tasso di inflazione e interesse.

Da notare che il valore delle entrate fiscali totali risulta inferiore a quello delle entrate pubbliche totali in quanto evidentemente esistono altre voci non fiscali qui non considerate.

A partire dalla fine degli anni’90 la pressione fiscale si è incrementata più lentamente e negli ultimi anni c’è una leggera tendenza alla diminuzione, anche se nel 2019 è passata al 42,4% dal 41,9% dell’anno precedente (dato OCSE).

 


Fonti

I dati sulle entrate fiscali sono tratti dal sito statistico dell’OCSE (OECD in inglese) sezione “Public Sector, Taxation and Market Regulation; Taxation; Revenue Statistics – OECD Member Countries; Revenue Statistics – OECD countries: Comparative tables; Comparative tables – OECD countries”.

Il prodotto interno lordo per il calcolo della pressione fiscale sembra determinato con parametri diversi rispetto ai valori standard ed è quindi leggermente diverso. La serie di valori utilizzata è tratta sempre dal sito OCSE nella posizione precedente partendo da “Revenue Statistics – OECD Member Countries; Reference Series for Revenue Statistics; Chapter 3 – Table 3.19 – GDP”.

Anche il valore delle entrate fiscali differisce leggermente dai dati ISTAT. Per questo motivo nel grafico con la pressione fiscale totale sono stati inseriti i dati di entrambe le fonti. I dati ISTAT di pressione fiscale sono tratti dalla sezione “Conti nazionali; Conti e aggregati economici delle Pubbliche Amministrazioni; Conti annuali; Indicatori (in rapporto al PIL)”.

I valori reali sono stati calcolati utilizzando l’indice deflatore tratto dal sito AMECO sezione “Domestic product; Gross domestic product; Price deflator (PVGD)”. Lo stesso indice può essere calcolato in modo implicito dividendo la serie del PIL nominale per quella reale utilizzando i dati più recenti rilasciati dall’ISTAT. L’anno di riferimento è stato spostato dal 2015 al 2019.

 

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